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Il fiume di aprile

Il fiume di aprile

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Aprile 1946. Dopo anni di prigionia in Germania, Martino Bertoni torna al suo paese, nella campagna ferrarese. Il ponte sul Po è ancora crollato nell’acqua: per raggiungere casa deve affidarsi a un vecchio traghettatore e attraversare il fiume gonfio, tra rami, paglia e ricordi che credeva di aver chiuso lontano.

Il paese lo credeva morto. La madre lo accoglie senza grandi parole; il padre tace e torna al lavoro. Ma c’è una domanda che Martino non può lasciare in sospeso: che cosa è successo a Nando, suo fratello, partito per la montagna nel 1944?

Tra i campi, le case ferite e le voci di chi è rimasto, Martino cerca una verità custodita nel silenzio. La guerra è finita, ma continua a vivere nei gesti, negli sguardi e in ciò che nessuno riesce a dire.

Il fiume di aprile è un romanzo asciutto e intenso sul ritorno, sulla memoria e sul peso di essere sopravvissuti. Una storia di famiglia e di paese, dove ogni parola conta e il passato riaffiora piano, come qualcosa che la corrente non è riuscita a portare via.

First chapter

Il ponte nell'acqua

Il camion si fermò sull'argine e l'autista non spense il motore. Il fiume si sentiva sotto il rumore del motore, un rumore largo e continuo che non finiva mai, come se sotto il camion, sotto la strada, sotto tutto, ci fosse un'altra cosa più grande che andava avanti per conto suo.

«Più in là non vado» disse l'autista.

Martino scese con lo zaino. L'erba gli bagnò subito le scarpe. Guardò davanti a sé: il ponte non c'era. Lo sapeva, glielo avevano detto, eppure vederlo mancare era un'altra cosa. Un ponte che c'è, anche se non lo guardi mai, ti dice che le due parti del mondo si toccano; se il ponte manca, le due parti restano separate, e in mezzo c'è soltanto l'acqua.

«Va bene» disse.

«Di là è tutto fango fino a Ferrara.»

«Lo so. Sono di là.»

L'autista lo guardò. Lo guardò come si guarda uno che dice una cosa che non torna. Poi guardò lo zaino, che era vecchio e leggero, e forse in quel momento fece il conto di quanto poco ci sta dentro lo zaino di un uomo, e non disse più niente. Mise la marcia, girò il camion sull'argine e se ne andò, e la polvere che alzava tornò giù piano sull'erba bagnata.

Martino rimase fermo a guardarla posarsi. Non aveva fretta. In tre anni aveva imparato a stare fermo dove lo lasciavano, senza chiedere quanto ci sarebbe rimasto. Era una cosa che gli era entrata nelle ossa, come il freddo d'inverno: non ci si pensa più, si sta. Guardò il camion farsi piccolo, diventare un punto, sparire dietro una curva della strada, e con lui sparì anche l'ultimo rumore di motore, e rimase solo il fiume.

Dove c'era stato il ponte, adesso c'era soltanto il fiume. Correva largo e marrone, gonfio per la neve che si scioglieva in montagna, e sotto la superficie si indovinavano le arcate: l'acqua ci passava sopra veloce e le copriva tutte, tranne due che affioravano appena, come denti. I tedeschi l'avevano fatto saltare nell'ultima settimana di guerra. Era passato quasi un anno e nessuno aveva ricostruito niente. Forse non c'era stato il tempo. Forse non c'erano più le braccia, o forse nessuno aveva voglia di rimettere le pietre dove erano cadute. Ci sono cose che si rifanno subito, e cose che restano così tanto che nessuno si ricorda più di averle viste intere. Sua madre diceva sempre che il tempo aggiusta tutto, ma il tempo, a guardarlo bene, non aggiustava niente: soltanto copriva, come l'acqua copriva le arcate.

Sulla riva, più sotto, c'era una barca larga e piatta, legata a un palo, e un vecchio sedeva a poppa e fumava. Guardava il fiume, non la strada. Non aveva l'aria di aspettare nessuno, ma stava lì come se il suo posto fosse quello e nessun altro. Martino lo guardò un momento e pensò che anche lui, adesso, era uno che stava in un posto e non aspettava nessuno.

Si mise lo zaino in spalla e cominciò a scendere lungo l'argine.

L'erba arrivava al ginocchio e piegava sotto il passo, lasciando sulle scarpe una riga scura. Martino andava giù piano, le mani lungo i fianchi, e non la guardava: la sentiva soltanto. Era la stessa erba di sempre, folta e bagnata, e in mezzo c'erano i papaveri.

Si fermò.

Erano rossi, di quel rosso pieno che non è mai acceso del tutto, e ce n'erano tanti, sparsi tra l'erba come se qualcuno li avesse buttati lì per caso. Martino ne guardò uno, poi un altro. Tre anni che non li vedeva. In Germania non ce n'erano. Non potevano essercene, in quel posto grigio dove il cielo restava basso e la terra era dura anche a maggio. O forse ce n'erano e lui non li aveva guardati. Anche questo era possibile: là non guardava le cose, le contava. Le ore, i pasti, i passi da fare, le facce da evitare. Guai a guardare troppo: quello che vedi ti resta dentro e poi devi portarlo.

I papaveri, invece, era giusto guardarli. Non costavano niente.

Riprese a scendere. La terra dell'argine era cedevole per l'acqua di quei giorni, e in due punti si sentiva sotto le suole il vuoto di una tana. Più in basso l'erba si diradava, diventava bassa e dura, poi finiva contro la ghiaia della riva. Il fiume, da lì, faceva un rumore diverso: non più largo e lontano, ma vicino, pieno, come un respiro grande che non si ferma mai. Era lo stesso rumore di quando era bambino e scendeva a guardare l'acqua di nascosto, per vedere fin dove arrivava. Non arrivava mai da nessuna parte: arrivava e basta.

Il vecchio lo vide venire e non si mosse. Continuò a fumare, con gli occhi sul fiume, e solo quando Martino fu a pochi passi voltò la testa. Aveva un cappello di paglia rotto sul bordo e le mani grandi, scure, ferme sulle ginocchia. Non disse niente, aspettò.

Martino si fermò davanti alla barca. Per un momento non disse niente neanche lui. Guardò l'acqua tra i piedi e la barca che dondolava piano, legata al palo, e sentì che da quella parte il mondo cominciava a essere di nuovo suo, ma ancora non sapeva come.

«Quanto per passare?» disse.

«Venti lire» disse il vecchio.

«Ne ho dieci.»

Il vecchio lo guardò un momento, senza fretta, come se stesse decidendo una cosa che non aveva importanza. Poi tirò fuori la sigaretta di bocca e guardò la punta accesa.

«Allora dieci» disse.

Martino si mise una mano in tasca. Le monete erano poche e leggere, e le conosceva tutte a una a una. Prese le dieci lire e gliele tese. Il vecchio le prese senza guardarle, le contò col pollice nel palmo, una, due, tre, come si contano le cose che si sono contate mille volte, e se le mise nella tasca della camicia. Non chiese niente di più di quelle monete: né da dove veniva, né perché aveva così pochi soldi, né se avesse con sé altra roba da vendere. Era un uomo che faceva un mestiere e ne conosceva il prezzo. Se un uomo ha dieci lire, valgono dieci lire: non c'è niente da aggiungere, e non c'è niente da togliere.

Sulla riva non c'erano altri. Da quella parte il fiume era largo e vuoto, e le poche case in fondo all'argine non mandavano nessuno. Martino si accorse di essere contento che non ci fosse nessuno. In tre anni aveva immaginato quel momento molte volte, e ogni volta si era immaginato in mezzo alla gente, con le mani da stringere e le domande da ricevere, e ogni volta la cosa gli aveva fatto male come una ferita toccata. Adesso, invece, c'era solo un vecchio che contava le monete, e il fiume, e l'erba. Era un modo di tornare più povero e più quieto di quello che aveva temuto, e per un momento gli sembrò quasi di dover ringraziare quel silenzio.

Poi il vecchio tornò a guardarlo in faccia.

Lo guardò a lungo, mentre la sigaretta gli si consumava da sola tra le dita, e a Martino sembrò che quegli occhi gli passassero addosso come una mano, cercando qualcosa sotto i vestiti e sotto la pelle. Non abbassò la testa. Aveva imparato anche quello: a lasciarsi guardare senza abbassare la testa.

«Tu sei il figlio di Bertoni» disse il vecchio.

«Sì.»

«Il più giovane.»

«Sì.»

Il vecchio annuì piano, come chi ha indovinato una cosa semplice.

«Ti facevo morto» disse.

«Non lo sono.»

«No.» Il vecchio lo guardò ancora, e parve che gli credesse a metà. «Lo vedo.»

Non c'era stupore nella sua voce, e nemmeno contentezza. C'era qualcosa di più quieto, come quando si ritrova un oggetto che si era dato per perso in casa, e si scopre che era sempre stato in un posto che nessuno aveva pensato di guardare. Si chinò in avanti e schiacciò la sigaretta sul bordo della barca, con cura, finché non fu spenta del tutto. Poi prese la corda e cominciò a scioglierla dal palo, con le dita grosse che andavano sicure.

Martino prese lo zaino e salì sulla barca. La barca si mosse sotto il suo peso, si piegò da una parte e poi tornò indietro, e lui aspettò che si fermasse prima di sedersi. Scelse la panca di prua, con lo zaino tra le ginocchia, e mise le mani sui bordi, uno per lato. Il legno era liscio e consumato dove tante mani l'avevano tenuto. La barca sapeva di catrame e di pesce, un odore forte e vecchio, e sotto quello c'era l'odore dell'acqua, che era un odore di fango e di freddo.

«Ti facevo morto» aveva detto il vecchio. Martino se lo tenne in testa come si tiene una moneta in tasca. Non era una novità: in tre anni aveva pensato anche lui, qualche volta, di essere morto e di non essersene accorto. Succedeva nelle mattine in cui ci si svegliava e non si sapeva più dove si era, e per un momento la faccia sul cuscino era quella di un altro. Poi ci si ricordava. Ma che lo dicesse il paese, che anche là nessuno lo aspettasse più, era un'altra cosa. Significava che il tempo aveva lavorato senza di lui, che la casa aveva continuato a stare in piedi e la gente a mangiare e a dormire, e che il suo posto, se c'era ancora, era stato occupato da qualcos'altro: un'abitudine, un dolore, un silenzio. Nessuno tiene vuoto un posto per tre anni.

Il vecchio si alzò a fatica dalla poppa, con una mano sul ginocchio, e prese il remo lungo dalla barca. Lo puntò contro il fondo, mise il piede sull'orlo e spinse. Il legno raschiò sulla ghiaia, poi la riva si staccò e cominciò ad allontanarsi. Per un momento la barca andò dritta per conto suo, come se non sapesse da che parte voltarsi, e Martino sentì la corrente prendere il fondo e spingere. Poi il vecchio corresse col remo e la barca si mise di traverso, e da quel momento fu solo l'acqua a portarli.

Martino voltò la testa verso la riva che lasciava. L'argine scendeva dolce fino all'acqua, verde d'erba e punteggiato di rosso, e in alto, dove la strada si perdeva tra i campi, non c'era più traccia del camion. Nessuno sapeva che era tornato. Nessuno lo aspettava. Era una cosa che in tre anni aveva desiderato più di ogni altra, arrivare senza che nessuno lo aspettasse, per non dover spiegare niente a nessuno; e adesso che ci stava dentro, gli faceva un effetto strano, come un vestito che si è voluto troppo e poi non va più bene.

La barca andava di traverso, spinta dalla corrente verso la riva di là, dove i pioppi si alzavano in fila come una siepe. Il vecchio non remava molto. Lasciava fare all'acqua e ogni tanto correggeva con il remo, appoggiandolo di piatto, e la barca tornava sulla sua strada senza fretta, come una bestia che conosce il sentiero.

Il fiume portava con sé tutto quello che trovava per strada. Passavano rami lunghi e neri, ciuffi di paglia, foglie fradicie. Una volta passò un barile, di traverso, che girava piano su sé stesso come se stesse pensando a qualcosa. Martino lo guardò allontanarsi, e pensò che quel barile veniva da un posto che lui non avrebbe mai visto, e andava in un altro posto che non avrebbe visto neanche, e in mezzo a quei due posti c'era solo l'acqua, che non si ferma per nessuno.

«È lunga la strada da dove vieni?» disse il vecchio.

«Abbastanza.»

«Treno?»

«Treno fino a Bolzano. Poi camion. Poi a piedi. Poi un altro camion.»

«E prima?»

«Prima a piedi.»

Il vecchio annuì. Guardava l'acqua davanti alla barca, non lui, e parlava senza voltarsi, come se stesse parlando con il fiume. Era il modo che aveva la gente di là di fare le domande: le buttavano fuori e poi lasciavano cadere il discorso, e chi rispondeva poteva dire quanto voleva, e quando non voleva più nessuno insisteva.

Per un pezzo non dissero più niente. Il rumore dell'acqua riempiva tutto, un rumore grosso che veniva da davanti e da dietro insieme, e in mezzo a quel rumore il silenzio non pesava. Martino guardò i pioppi sulla riva di là. Erano gli stessi pioppi. Erano più alti, forse, o forse era lui che li ricordava bassi. In cima a uno c'era un merlo che cantava, e il canto arrivava fino alla barca come una cosa più piccola di quello che era.

«Tuo padre lo sa che torni?» disse il vecchio.

«No.»

Il vecchio stette zitto un momento.

«È meglio così» disse.

Non spiegò perché, e Martino non glielo chiese. Sull'argine di là c'era una casa colonica senza tetto: si vedevano le travi scoperte, annerite, e dentro, al posto delle stanze, il cielo. Davanti alla casa un uomo con una carriola si era fermato a guardare la barca. Aveva smesso di spingere e stava immobile, con le mani sui manici, come se la barca portasse qualcosa di importante. Quando fu più vicino alzò una mano. Il vecchio alzò la sua, senza fermare il remo. Martino non alzò niente. Non sapeva ancora se da quella parte si salutava, o se quel saluto era per il vecchio soltanto. Guardò l'uomo con la carriola finché non fu un puntino, e poi la casa, e poi anche la casa fu dietro di loro.

A metà del fiume, senza volerlo, Martino si trovò a pensare a un'altra traversata. Era stato in ottobre, prima che tutto cambiasse, e c'era la nebbia. Non una nebbia leggera, di quelle che si alzano la mattina e vanno via col sole: una nebbia spessa, che si mangiava le rive e lasciava vedere solo l'acqua per un braccio intorno alla barca. Erano in due, quella volta, lui e il fratello, e la barca non era questa. Era una barca che avevano preso in prestito, e Nando remava male, a strappi, perché rideva.

Martino aveva paura dell'acqua. Era una paura da bambino, che non aveva mai detto a nessuno e che non era mai andata via davvero: l'idea che sotto la superficie, a un palmo dai piedi, ci fosse qualcosa che non si vedeva. Nando lo sapeva. Se ne era accorto da sempre, come si accorge delle cose un fratello maggiore, e non aveva mai smesso di riderne, ma a modo suo, senza cattiveria, come si ride di una cosa che si vuole bene. «Guarda che non ti mangia nessuno» diceva, e intanto remava, e la nebbia gli si appendeva ai capelli e alle spalle. Poi, a un certo punto, aveva smesso di remare e aveva lasciato andare la barca, e per un minuto intero erano stati in mezzo al fiume senza sapere da che parte fosse la riva, e Nando aveva riso forte, e anche Martino aveva riso, perché in fondo non c'era niente da ridere se non la paura.

Adesso Martino era solo, e la riva si vedeva benissimo.

Si accorse che stava pensando a Nando e si fermò. Non fu una decisione, fu un gesto: come quando si sente che una porta è aperta e la si chiude, senza guardare cosa c'è dentro. Era una cosa che aveva imparato in quei tre anni e che gli era servita più di tante altre. In principio era difficile. Si cominciava a pensare a una cosa e la cosa tirava, tirava, e non si riusciva a smettere finché non si era arrivati in fondo, e in fondo non c'era mai niente di buono. Poi, a forza di esercizio, era diventato facile. Si pensava alla cosa, e a metà, quando la cosa cominciava a fare male, si chiudeva la porta. Non si spiegava, non si rimandava, non si decideva di pensarci dopo: si chiudeva e basta. E dopo un po' la cosa sembrava non essere mai stata aperta.

Per questo, quando il vecchio parlò del fratello, Martino lo ascoltò senza che la faccia gli cambiasse. Aveva la porta chiusa e le mani sul bordo della barca, e stava attento a non far entrare nella voce niente di quello che c'era dall'altra parte. Guardò l'acqua. Il merlo, in cima al pioppo, non cantava più.

«Il Nando» disse Martino.

Lo disse piano, quasi senza volerlo, come si dice un nome per sentire come suona. Non era una domanda. Era il nome del fratello, posato lì in mezzo al fiume, e adesso il vecchio doveva raccoglierlo o lasciarlo cadere.

Il vecchio spinse il remo contro il fondo e la barca si raddrizzò. Per un momento sembrò che non avesse sentito, o che avesse deciso di non sentire. Poi parlò, senza smettere di guardare l'acqua.

«Il Nando è andato in montagna» disse. «Nel quarantaquattro.»

«Lo so che è andato in montagna.»

«Allora sai quello che so io.»

«No» disse Martino. «Tu sai di più.»

Il vecchio non rispose. Tirò su il remo e lo tenne sospeso sopra l'acqua, e l'acqua colava dalla pala in fili sottili, uno dietro l'altro, senza fine. La barca andava da sola, adesso, perché erano entrati nell'acqua lenta vicino alla riva, e il rumore del fiume era rimasto dietro di loro, e davanti non c'era più niente, solo un merlo nei pioppi e il vento che muoveva le foglie. In quel silenzio Martino sentì che il vecchio stava decidendo qualcosa, e stette zitto ad aspettare, come si aspetta che un secchio arrivi in fondo al pozzo.

«Tuo padre ti racconterà» disse il vecchio alla fine. «Non è roba mia da raccontare.»

«Va bene.»

«È un uomo duro, tuo padre.»

«Lo so.»

«Ma ti racconterà.»

«Va bene» disse Martino.

Non chiese altro. Aveva imparato a riconoscere il punto in cui una porta è chiusa e non serve spingere, perché dall'altra parte, se anche c'è qualcuno, non ti apre. E poi non era il vecchio che voleva sentire. Quel nome, Nando, non apparteneva al fiume né a quell'uomo con il cappello rotto: apparteneva alla casa, e alla tavola, e alla faccia del padre. Sarebbe arrivato là, e là avrebbe chiesto, e allora la porta si sarebbe aperta o non si sarebbe aperta, e in un modo o nell'altro Martino l'avrebbe saputo.

Guardò la riva, che ormai era vicina. Il merlo se n'era andato. Il vecchio rimise giù il remo e cominciò a puntare verso la ghiaia, con calma, scegliendo il punto dove l'acqua era bassa e il fondo reggeva. Una cosa per volta. Prima la riva, poi la casa, poi il nome. Era l'unico ordine che conosceva, ed era lo stesso ordine in cui gli erano state date tutte le cose della sua vita.

La barca toccò il fondo con un rumore morbido, un raschio pieno che non aveva niente di duro, come se il fiume, alla fine, si fosse stancato di portarli. Il vecchio si alzò, mise un piede sull'orlo e saltò giù. L'acqua gli arrivò al ginocchio e gli si gonfiò intorno ai pantaloni rimboccati, ma lui non fece una piega: afferrò la prua con le due mani e tirò, camminando all'indietro, e la barca scivolò sulla ghiaia finché mezzo scafo non fu fuori dall'acqua. Poi si fermò, con il fiato corto, e si asciugò la fronte con il dorso della mano.

Martino si alzò dalla panca. Per un momento restò immobile, in equilibrio precario, con lo zaino ancora tra le ginocchia: gli sembrava che se fosse sceso avrebbe dovuto cominciare qualcosa che non sapeva ancora come sarebbe finita. Poi prese lo zaino, se lo buttò su una spalla e mise giù un piede, e poi l'altro.

L'acqua gli entrò subito dentro le scarpe. Erano rotte, con la suola staccata sul davanti, e non c'era niente da fare: l'acqua entrò, fredda, e gli strinse le dita come una mano. Martino la sentì salire fino al collo del piede, e per un attimo fu tentato di tirare indietro il passo. Non lo fece. Era acqua di casa. In Germania l'acqua era un'altra cosa: c'era l'acqua del secchio, che si doveva spartire, e c'era l'acqua del cielo, che cadeva quando voleva, e nessuna delle due era mai stata sua. Questa, invece, veniva dal fiume del suo paese, quello che aveva attraversato da bambino, quello dove aveva imparato a non avere paura e poi a ricordarsi di averla avuta. Non gli importava se era fredda. La tenne addosso come si tiene qualcosa che si è ritrovato.

La ghiaia scricchiolava sotto le suole. Il vecchio stava raccogliendo il remo e lo posava dentro la barca, con il movimento preciso di chi fa quella cosa due volte al giorno da cinquant'anni. La corrente, dietro di loro, continuava a portare rami e paglia verso un posto qualunque, indifferente.

Martino prese lo zaino e se lo mise bene in spalla, con entrambe le cinghie. Si voltò verso il vecchio.

«Grazie» disse.

Il vecchio alzò appena la testa, e per la prima volta da quando erano partiti gli parve sul punto di sorridere, ma non sorrise.

«Dieci lire» disse. «Non devi ringraziare per dieci lire.»

«Le ho date, le dieci lire.»

«E allora stiamo pari.»

Martino annuì. Non c'era altro da dire, e non era il caso di aggiungere parole dove non ce n'erano. Guardò il vecchio che si chinava a raccogliere la corda per legare la barca al palo di là, e pensò che quell'uomo avrebbe passato il resto del pomeriggio sulla riva, e anche il giorno dopo, e che il fiume per lui non era né un principio né una fine, ma soltanto il posto dove stava. Poi gli voltò le spalle, e cominciò a salire per l'argine, con l'acqua nelle scarpe che a ogni passo faceva un rumore piccolo e bagnato.

Risalì l'argine dalla parte di là, e l'erba era bagnata come di qua, e di nuovo gli arrivava al ginocchio e di nuovo lasciava sulle scarpe una riga scura. La salita era ripida e la terra cedevole, e Martino andava su a testa bassa, guardando i propri piedi, perché il piede è la cosa che si guarda quando non si vuole guardare dove si va. A metà strada si fermò a riprendere fiato. Non era stanco del cammino: era che il cuore gli batteva forte e non aveva voglia di arrivare in cima con il fiato grosso, come uno che ha corso. Voleva arrivarci piano, da uomo che torna e non da uomo che fugge.

In cima si fermò del tutto.

Da lì si vedeva tutto. La strada bianca andava dritta tra i campi, larga e chiara, con l'erba ai bordi e qualche sasso, e la si seguiva con gli occhi fin quasi in fondo, dove girava appena e spariva. Dopo i campi cominciava il canale, che era una riga d'acqua ferma tra due file di pioppi, e oltre il canale c'era il paese: un gruppo di case basse, con i tetti di coppi rossi e qualcuno più basso o più scuro degli altri, strette una contro l'altra come se avessero freddo. In mezzo alle case si alzava il campanile, e il campanile era mozzo: gli mancava la punta, portata via dalla guerra, e adesso finiva di netto, come un braccio tagliato. Nessuno l'aveva rifatto. Forse nessuno aveva avuto il coraggio di metterci di nuovo la punta, come se rimetterla volesse dire che tutto era finito davvero.

Martino contò le case. Le conosceva tutte, e tutte avevano un nome che non era scritto da nessuna parte: la casa del fabbro, quella dei due fratelli che non si parlavano, quella con il gelso davanti. La terza, dal campanile, era la sua. Dal camino usciva un fumo sottile, grigio, che il vento piegava verso il fiume, e a vederlo così, quel fumo, venne da pensare che dentro ci fosse qualcuno che stava facendo da mangiare, e che lo stesse facendo in quel momento, mentre lui era ancora sull'argine con l'acqua nelle scarpe.

Restò a guardare il fumo per un pezzo.

Pensò che in quella casa c'era un posto dove lui era stato bambino, che in quella casa c'erano delle persone che erano invecchiate mentre lui non c'era, e che nessuna di quelle persone sapeva che era lì, a trecento passi, fermo sull'argine. Provò a immaginare la faccia della madre quando avesse aperto la porta. Provò a immaginare il padre, che non alzava mai la testa dal lavoro e che avrebbe alzato la testa. E provò, per un momento, a immaginare il nome che non voleva pensare, e sentì che la porta dentro di lui scricchiolava, come una porta che vuole aprirsi da sola. La tenne chiusa ancora un poco. Non era il momento. Prima bisognava arrivare.

Il pomeriggio si stava facendo tardi. La luce era diventata più bassa e più gialla, e l'erba, che prima pareva soltanto bagnata, adesso aveva un colore più pieno, e i papaveri nel mezzo sembravano più rossi di prima. Da qualche parte, lontano, una campana batté le ore, e Martino non contò i rintocchi. Non aveva fretta di sapere che ora era. Era un'ora qualunque di una giornata qualunque, e per la prima volta da tre anni quell'ora non gli serviva a niente: non c'era un posto dove doveva essere, non c'era un passo da fare per forza, non c'era nessuno che lo contasse. C'era solo la strada davanti, bianca, e in fondo il paese, e in mezzo il tempo che ci vuole a percorrerla.

Si sistemò lo zaino sulle spalle e sentì il peso delle poche cose che aveva. Poi cominciò a camminare.